Fondazione Ivanova Kuća

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Si può curare?

E’ necessaria una premessa: non c’e rimedio di tipo farmacologico che possa restituire all’anziano malato di demenza l’integrità delle sue funzioni mentali. In altre parole, i farmaci disponibili per curare l’Alzheimer una volta che si è manifestato sono pochi e di limitata efficacia.
Ciò nonostante, il fatto che si possa attualmente contare su una terapia ”colinergica” – cioè su sostanze che aumentano la presenza dell’acetilcolina a livello delle sinapsi inibendo l’attività dell’enzima che la degrada (l’acetilcolinesterasi) – dimostra che anche nelle demenze è oggi possibile un qualche intervento farmacologico: il che lascia ben sperare.
Questa possibilità riguarda però solo i pazienti affetti da forme lievi-moderate della malattia di Alzheimer (Alzheimer Disease ).
Sono due i farmaci registrati a livello europeo, il donepezil e la rivastigmina che pur avendo effetti puramente sintomatici e limitati nel tempo, vengono usati in alcuni Stati della UE. Essi rappresentano al momento l’unica possibilità terapeutica specifica nei confronti del morbo di Alzheimer.
La erogazione dei due medicinali è legata alla necessità di seguire un preciso percorso diagnostico e terapeutico. Se dunque il declino delle funzioni cognitive nell’Alzheimer è inevitabile, non è invece pronosticabile la rapidità dell’evoluzione della malattia, sulla quale si tenta di intervenire anche con altre terapie (alcune non farmacologiche).
A parte i già citati donepezil e rivastigmina, che aumentano la trasmissione colinergica e possono migliorare i disturbi della memoria, sono oggetto di studio alcune altre possibili opzioni terapeutiche.
Come ad esempio i farmaci antinfiammatori non steroidei (Fans), che sono tra gli antidolorifici più usati: i reumatologi hanno da tempo segnalato che i loro pazienti, che per curare malattie delle articolazioni – l’artrite reumatoide, ad esempio – assumono abitualmente questi farmaci, sembrano presentare una minore incidenza del morbo di Alzheimer. Recenti studi hanno mostrato un analogo effetto protettivo nelle donne in menopausa che prendono estrogeni: l’Alzheimer è meno frequente in quelle che hanno assunto tali ormoni per dieci anni o più, rispetto al resto della popolazione femminile.
Non si sa ancora come spiegare l’effetto protettivo degli estrogeni sullo sviluppo della malattia di Alzheimer, ma si ritiene che possano stimolare la formazione di nuove connessioni – ossia sinapsi – tra le cellule cerebrali.
Sono in corso di valutazione anche gli effetti benefici degli “antiossidanti”, come la vitamina E. Il loro meccanismo d’azione consiste nel neutralizzare gli effetti tossici dei radicali liberi dell’ossigeno, sostanze che per la loro forte reattività alterano (“ossidano”) le strutture cellulari – come ad esempio le membrane – del cervello e di altri organi. La vitamina E, insieme con altre sostanze anti-ossidanti, rappresenta una specie di scudo difensivo nei confronti dei radicali liberi. Ma i ricercatori non hanno ancora stabilito il dosaggio ottimale di queste sostanze da assumere quotidianamente per bocca: e che si aggiungerebbero a quelle già normalmente introdotte con dieta ricca di frutta, verdura, pesce e olio extravergine d’oliva.
Nei pazienti affetti da Alzheimer un estratto di Ginkgo biloba, una pianta che favorirebbe la circolazione sanguigna a livello cerebrale, può rallentare o far lievemente regredire la perdita della memoria. Anche in questo caso sono necessari ulteriori studi di conferma, e comunque il prodotto va assunto con cautela nei soggetti che assumono farmaci anticoagulanti, dei quali può potenziare l’effetto. L’obiettivo delle ricerche è ovviamente quello di individuare sostanze che riescano a prevenire la morte delle cellule nervose cerebrali.
Molte speranze si sono accentrate sul fattore di crescita nervosa (l’NGF) che negli animali ha dimostrato di poter prevenire la degenerazione delle cellule colinergiche coinvolte nella malattia di Alzheimer. Nell’uomo però la somministrazione dell’NGF è ostacolata dall’impossibilità di attraversare la barriera emato-encefalica, ossia il filtro che impedisce l’ingresso nel cervello di molecole potenzialmente dannose.
Risultati sempre più incoraggianti vengono dai programmi di riabilitazione cognitiva dei malati, che si basano tra l’altro su esercizi indirizzati a stimolare l’orientamento spazio-temporale, la memoria, le funzioni verbali. Si è visto tra l’altro che la riabilitazione cognitiva è in grado di alleviare i disturbi comportamentali del paziente demente, che suscitano grande apprensione nei suoi familiari. Il trattamento del malato affetto dal morbo di Alzheimer dovrebbe dunque soddisfare una serie di esigenze:
1. Fornire un adeguato livello di cure specifiche:

  • trattamento farmacologico specifico (inibitori dell’ acetilcolinesterasi)
  • terapie non farmacologiche
  • trattamento delle altre malattie concorrenti
  • prevenzione delle complicanze (es. infezioni)
  • riabilitazione neuropsicologica e neuromotoria;
  • ottimizzare lo stato funzionale;
  • evitare i farmaci con effetti dannosi sul sistema nervoso centrale;
  • stimolare l’attività fisica e mentale;
  • provvedere ad un’adeguata nutrizione (dieta ricca di sostanze antiossidanti);

 
2. Identificare e trattare i sintomi non cognitivi e le complicanze:

  • rischio di caduta e di smarrimento
  • incontinenza
  • malnutrizione;

 
3. Fornire un adeguato supporto informativo al paziente e alla famiglia:

  • sulla natura della malattia
  • sull’evoluzione e prognosi
  • sulle possibilità di prevenzione e trattamento

 
4. Fornire supporti socio-assistenziali:

  • servizi territoriali,  (Residenze Sanitarie Assistenziali)
  • consulenza legale
  • supporto psicologico.

 
(fonte : Farmacia trentatrè).

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